[4 Chiacchiere con Cineclan]…ovvero…And I believe in some kind of path that we can walk down:intervista a Dario Di Mella e Roberto Urbani (ZEN .movie)

Noi di Cineclan siamo come la tigna…o meglio, a volte siamo come delle scimmie urlatrici impazzite che, se vogliono qualcosa, si attaccano agli zebedei fino a quando non l’hanno ottenuta…solo virtualmente però, perché nella vita vera le cose vanno un po’ diversamente. Ma qui siamo nel fantastico mondo del fantastico Cineclan e quindi volevamo l’intervista con gli altri 2 membri ZEN, Dario Di Mella e Roberto Urbani, e l’abbiamo ottenuta!
A dir la verità è stato più semplice di come l’avevamo immaginato, ma solo perché l’accoppiata Di Mella/Urbani è sinonimo di qualità, professionalità e amore incondizionato (da parte nostra!).
Quindi li ringraziamo per la pazienza e per la disponibilità e andiamo a cominciare questo nuovo appuntamento con “4 Chiacchiere con Cineclan”!
Abbiamo già parlato della ZEN e oggi con Dario e Roberto parleremo soprattutto del loro ultimo lavoro insieme, Il piccolo Calciatore, il primo documentario prodotto dalla ZEN .movie.
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Sinossi: Samuel ha 12 anni, gioca a calcio, è di colore. Vive in un paesino in provincia di Verona, in una piccola casa con la madre veronese, il padre nigeriano e i due fratellini, Andrea e Debbie. Ogni martedì e giovedì ha gli allenamenti, il sabato la partita. Questo sabato si gioca la partita più importante della stagione: il derby.
Raccontando la storia e i sogni di Samuel, il documentario vuole indagare sullo stato di salute del calcio a proposito del razzismo e dell’integrazione razziale nella provincia di Verona, territorio troppo frettolosamente etichettato come razzista. Forse una vita sana e indifferente al razzismo è possibile…

Abbiamo fatto la stessa domanda ai vostri soci, quindi siete avvantaggiati e non dovete copiare! Descrivete gli altri membri ZEN con una frase.

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Dario: Giulio: Un grande amico, ma soprattutto un regista con una sensibilità enorme e che scrive meravigliosamente bene, raramente mi emoziono leggendo una sceneggiatura, le storie di Giulio ci riescono quasi sempre. Roberto: Un grande professionista, affidabile, preciso e con cui non vedo l’ora di girare un altro lavoro come Tramonto, cortometraggio che io adoro. Nicoletta: Non ci farei mai a meno. E’ il prototipo di organizzatrice che vorrei incontrare sul set. Professionale, affidabile ma soprattutto attenta alle esigenze della troupe e degli artisti con cui lavora. Rosa: Montatrice sensibile, elegante, attenta a cogliere il più piccolo dettaglio. Aspetto sempre il suo giudizio sul materiale girato prima di tranquillizzarmi. Una donna diplomatica ma anche estremamente decisa.

Roberto: Nicoletta è sicura di sé e col cuore allo scoperto; Giulio è sensibile e stimolante; Dario è fermo e un papà; Rosa è armoniosa e preziosa.

– Come nasce la collaborazione tra un regista e un direttore della fotografia? Insomma, voi due come vi siete conosciuti?
Dario: La collaborazione tra un regista e un direttore della fotografa nasce quasi sempre dalla voglia del primo di lavorare con il secondo. E’ il regista che sceglie i suoi più stretti collaboratori. Il nostro incontro risale ad un momento molto particolare della mia vita professionale e personale. Il mio trasferimento a Roma circa tre anni e mezzo fa. Eravamo su un set su cui io lavoravo come direttore della fotografa e Roberto era un assistente alla regia. Dopo qualche giorno dalla fine del set ho ricevuto una bella mail, era un ragazzo che mi faceva i complimenti sul mio approccio alla fotografa, ma soprattutto sul modo in cui riuscivo ad entrare in empatia con tutti i reparti, ma soprattutto con gli attori. Parole che non mi sarei mai aspettato e infatti ho risentito raramente. Quel ragazzo era Roberto.

Roberto: Ho conosciuto Dario nel 2010 su un cortometraggio in cui facevo l’assistente alla regia. Mi aveva fatto subito un’impressione positiva: tanta professionalità e la giusta dose di simpatia, di serenità, di tranquillità. Con lui c’era una squadra che rispecchiava quelle stesse caratteristiche e che, negli anni, avrei conosciuto un po’ meglio. Mi sono detto che, per il mio primo cortometraggio, avrei voluto lavorare con lui e con loro. E così è stato: quando ho iniziato a pensare a Tramonto ho chiamato Dario e gli ho proposto il progetto. E lui ha accettato. E così è iniziato Tramonto ed è iniziata la nostra collaborazione.

– Roberto, da dove nasce l’idea del tuo ultimo lavoro, Il piccolo calciatore, in questo momento in post produzione?
Ricordo che ero in macchina e stavo tornando a casa, a Verona. Durante il viaggio, non so perché, mi ero messo a ripensare a quando, da piccolo, giocavo a calcio. Ai piccoli riti scaramantici prima di ogni partita, a quanto mi sentivo importante quando il Mister mi dava la fascia da capitano, ai momenti di sconforto e a quelli di entusiasmo. Poi mi ero messo a pensare che nella nostra squadra c’era un ragazzino di colore e che questo ragazzino non riusciva a integrarsi molto bene. E così ho pensato che sarebbe stato interessante e coinvolgente andare a vedere com’era oggi la situazione, passati più di dieci anni. Avrei respirato di nuovo l’aria di quei campetti su cui avevo giocato, pensando a ogni partita della domenica come la più importante della vita, e allo stesso tempo avrei avuto modo di vedere se il Veneto e Verona erano davvero così razzisti come vengono descritti da tutti. In fondo pensare a questo documentario è stato un po’ come ritornare a casa, proprio come quel viaggio in macchina. In questo senso Il piccolo calciatore non è poi così lontano da Tramonto o da come posso immaginare io il “mio cinema”, un cinema cioè legato al passato, fatto di ricordi.

– Dario, com’è stato il tuo approccio al progetto? Immaginiamo che ci siano delle differenze tra la costruzione della fotografia di un documentario e quella di un prodotto di finzione narrativa.
Roberto è regista molto attento e preparato e, come nel caso di Tramonto, aveva in mente come voleva che fosse la fotografa del suo lavoro. Io ho solo lavorato nella direzione indicatami da lui e che mi ha soddisfatto enormemente, perché l’impatto delle immagini è risultato molto forte. Il lavoro tra finzione e documentario è molto diverso, perché sulla finzione il lavoro fotografico si basa sulla cura del dettaglio e prende tanto tempo. Il documentario deve cogliere l’attimo e quindi non permette sempre estrema cura a livello fotografico. Con Roberto però siamo riusciti a trovare una buona via di mezzo.

– Quali sono state le difficoltà anche produttive che avete incontrato?
Dario: Sulle difficoltà produttive non so rispondere perché fortunatamente lavoro con persone molto competenti che hanno fato un lavoro estremamente professionale. Aver girato per un giorno intero nel Bentegodi, lo stadio del Chievo Verona, è stata una grande esperienza professionale per me, ma possibile solo con un grande lavoro di produzione e in questo Nicoletta e Roberto sono una garanzia.

Roberto: Il piccolo calciatore non è stato e non è un progetto che nasce e si esaurisce nel giro di pochi mesi. Si tratta di un progetto che è venuto definendosi nel corso dei mesi e che fino all’ultimo ha cambiato forma. E’ nato in un modo quando era nella mia testa, poi è stato raccontato alla ZEN e si è aperto a nuove possibilità diventando qualcos’altro. Le maggiori difficoltà produttive sono derivate proprio da questo, dal ridefinire continuamente le proprie necessità. Cercando di mantenere sempre a fuoco gli argomenti fondamentali del documentario. Allo stesso tempo questa è stata la sfida più difficile, ma anche l’aspetto più stimolante. Doversi confrontare con l’euforia dei tempi di lavorazione e dover mantenere viva questa passione nei momenti, anzi nei periodi morti. E’ difficile lavorare su un progetto senza poter dargli continuità, la bussola rischia di impazzire e tu di perderti. Sei costretto a tenerlo sempre a mente, a passarci le giornate, a dormirci insieme e a svegliarti la mattina con lui, pur di non perderne l’essenza.

– Credete che stia cambiando qualcosa nel panorama cinematografico italiano dopo la vittoria di Sacro GRA alla Mostra del cinema di Venezia e di TIR al Festival di Roma?
Dario: Io credo che il problema reale nel panorama cinematografico italiano sia legato esclusivamente all’ignoranza di chi ci governa. Il cinema è diventato solo divertimento e su questo io inorridisco, perché il cinema è uno strumento culturale eccezionale. Negli ultimi 30 anni la televisione e la sua programmazione ha spazzato completamente via qualsiasi possibilità di educazione all’immagine delle nuove generazione e ha offuscato quello delle vecchie. Questo è un paese che è alla sbando a livello culturale e di conseguenza a livello sociale e politico. Il cinema purtroppo è controllato da gentaglia che non lo ama, non lo conosce e che ha solo interesse economico.

Roberto: E’ una domanda difficile. Forse sta cambiando qualcosa o forse è solo una “moda” del momento, come era successo qualche anno fa con i documentari di Michael Moore. Ma nella peggiore delle ipotesi, se anche si trattasse solo di una moda, ci sarebbe probabilmente una scia che concederà altra attenzione in più al mondo dei documentari. Che magari si esaurirà presto o lascerà solo degli strascichi, ma è pur sempre meglio di niente. Il panorama cinematografico italiano (fatto di film, documentari, cortometraggi, spot, web ecc.) è complicato e non sta vivendo in un buono stato di salute, e non saranno certo due premi, per quanto importanti, a cambiare le cose. Le cose devono cambiare ad altri livelli… Ma sono episodi che possono costringerci a farci delle domande e a inventarci delle risposte. Non dipende solo da noi, purtroppo.

– State pensando a canali distributivi differenziati oltre alla sala?
Dario: L’unica distribuzione possibile per i prodotti di qualità è quella internazionale. Il cinema come ho detto prima deve essere uno strumento di scambio culturale. La possibilità di poter girare tutto il mondo attraverso canali come il web è sicuramente un veicolo straordinario per chi fa questo lavoro.

Roberto: E’ necessario pensarci. E questo vale per Il piccolo calciatore, come per ogni altro documentario, come per ogni film.

– Prima un western crepuscolare (non proprio un genere all’italiana…), ora un documentario…Cos’altro possiamo aspettarci dalla premiata ditta Di Mella/Urbani?
Dario: Sicuramente un altro bel lavoro. Roberto è tra i registi più bravi con cui abbia lavorato.

Roberto: Al momento mi sto dedicando a concludere Il piccolo calciatore e a continuare il mio percorso da aiuto regista. In attesa dell’idea, quella vera. Quindi, per il momento, mi auguro (e gli auguro!) di poter lavorare ancora molto con Dario: da aiuto regia è tutto più facile quando si ha che fare con un reparto mdp e fotografia come il suo.

– Anche per voi la domanda di rito di Cineclan: bilancio del 2013 e progetti per il 2014.
Dario: 2013 molto positivo. Dobbiamo crescere, ma le prospettive sono ottime. In un anno e mezzo siamo diventati un gruppo affiatato e rispettato dalle persone che abbiamo incontrato sulla nostra strada. Da investitori ad attori, fino ad arrivare ai tecnici storicamente sempre insoddisfatti, che con noi hanno trovato una famiglia professionale ed attenta. Il 2014 sarà colmo di progetti. Stiamo crescendo e cresceremo molto l’anno prossimo.

Roberto: Per quanto mi riguarda, il 2013 così come il 2012 sono stati anni importantissimi. Il 2013 in particolare per la ZEN è stato fondamentale: abbiamo conosciuto i nostri difetti e i nostri pregi, abbiamo affrontato progetti importanti e abbiamo dato continuità al nostro lavoro. Tutti noi ora dobbiamo fare tesoro dei nostri errori e riconoscere, ma con umiltà, i successi personali e i successi degli altri soci. Il 2014 per me sarà questo: continuità e condivisione.

– “Credo nelle rovesciate di Bonimba e nei riff di Keith Richards…”: Ivan Benassi, detto Freccia, credeva in questo e in tante altre cose. In cosa credono Dario Di Mella e Roberto Urbani? (in rigoroso ordine alfabetico e nel rispetto dell’anzianità)
Dario: Credo nel rispetto, non dei ruoli ma delle persone. Tutti su un set hanno importanza. Da tutti è importante ricevere il massimo e l’unico modo di farlo è il rispetto.

Roberto: E questa è una domanda ancora più difficile. Non ho certezze da molto tempo e spesso ho rimesso in discussione quello in cui credevo di credere. Un giorno mi deciderò a fare un po’ di ordine! Forse credo in alcune immagini che mi sono rimaste dentro: per esempio Al Pacino che, con i pantaloni tirati su e l’acqua fino alle ginocchia, prova a prendere la linea per parlare con un amico al di là dell’oceano; oppure Truffaut che dirige una troupe piena di domande e la notte sogna il cinema e di rubare le locandine dei suoi film preferiti; oppure ancora Brad Pitt che tiene tra le mani, così grandi, i piedi di suo figlio, così piccoli…

E infine… il Cineclan game! Diteci 3 film, 3 libri, 3 canzoni e 3 serie tv che hanno influenzato la vostra vita e che vorreste consigliare ai lettori di Cineclan.
Dario: Film: Stalker di Andrej Tarkovskij, perché mi ha fato innamorare del mio lavoro, Lo scafandro e la farfalla di Julian Schnabel perché mi ha sorpreso nella regia originale ma impeccabile, Eternal Sunshine of the Spotless Mind di Michel Gondry perché è un flm geniale Canzoni: La discografia dei Radiohead perché mi emozionano come nessuno nella musica. Costruire di Niccolò Fabi perché rappresenta molto il mio pensiero sulla vita. Write, erase and read again dei Queimada, il mio ex gruppo. Raramente guardo la tv.

Roberto: 3 film: Sentieri Selvaggi di John Ford, I giorni del cielo di Terrence Malick, A casa dopo l’uragano di Vincente Minnelli
3 libri: “Non avevo capito niente” di Diego De Silva, “Oceano mare” di Alessandro Baricco, “Pugni” di Pietro Grossi
3 canzoni: Tonight Tonight degli Smashing Pumpkins, Into my arms di Nick Cave, Have you forgotten dei Red House Painters
3 serie tv: Friends, Prison Break, The good wife

Ora sapete anche voi perché li adoriamo, perché ci fanno ancora credere che il mondo sia un bel posto, soprattutto il mondo del cinema. E anche per questa settimana vi salutiamo, invitandovi però a dare il benvenuto con noi a Francesco Di Mella e Theo Mastromauro, perché hanno la fortuna di aver scelto i genitori giusti. Benvenuti, piccoli cuccioli d’uomo!

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