Sad are the eyes yet no tears…ovvero…di guilty pleasures, war movies e Richard Harris

L’altro giorno un mio amico su facebook mi ha scritto esordendo con “tu che sei esperta di guilty pleasure…” e l’affermazione mi ha fatto sorridere, perché è vero…oltre a essere the Queen in the Angst, mi fregio anche del titolo di guilty pleasure addicted. Il motivo? Sempre lo stesso: sono un melting pot di gusti. Sono l’incarnazione del postmoderno, quella mescolanza di alto e basso, di classe e di trash che rende la mia vita una montagna russa di proporzioni epiche!
Che poi, diciamocela tutta, la definizione di “guilty pleasure” è totalmente soggettiva e contestualizzabile. Dico che i vampiri sono il mio guilty pleasure, ma gli amanti del genere non lo considerano tale. Grey’s Anatomy mi accompagna da 10 anni e Cristina Yang è il mio spirito guida, ma per alcuni estimatori di Breaking Bad questo sì che sarebbe un guilty pleasure!
Qualcuno potrebbe definire la mia passione per i chick flick movies un guilty pleasure, mentre altri potrebbero dire la stessa cosa del mio amore per il western…ricordate “Nicholas Ray e Sergio Leone SONO il cinema!” Io ho anche lavorato alla realizzazione di un corto western!

Ma forse il mio guilty pleasure più grande, quello che, in quanto appartenente al genere femminile ovvero a quel genere che si definisce dalla contrapposizione di principi geometrici quali seno/coseno e concavo/convesso, dovrei aborrire come una cistite, sono i war movies. Sì, signori, mi piacciono i film di guerra: da brava liceale classica ho sempre creduto fermamente nel potere catartico della messa in scena! I film di guerra, di qualsiasi guerra (non sono schizzinosa!) si tratti, sono la mia passione. Prima e Seconda Guerra Mondiale, Guerre di Seccessione, d’Indipendenza, Corea…per non parlare del Vietnam! Ah, l’odore del napalm al mattino…odore di vittoria! Quando ancora avevo la malsana idea di diventare Oriana Fallaci da grande, sognavo di scrivere un reportage sul Vietnam contemporaneo intraprendendo lo stesso percorso della barca di Apocalypse Now…ah, beata gioventù! Sarà per questo che mi sono appassionata a Pechino Express l’anno scorso?!
Avete mai visto Quella Sporca Dozzina? Beh, io conosco a memoria tutto il piano:

  1. Al posto di blocco si comincia;
  2. Sentinelle uccise;
  3. Avanziamo col diavolo in corpo;
  4. Il Maggiore e Wladislaw entrano dalla porta;
  5. Pinkley resta nel giardino;
  6. Il Maggiore cala una fune;
  7. Wladislaw lancia un arpione sul tetto;
  8. Jimenez ha un appuntamento;
  9. Gli altri salgono lungo la fune;
  10. Sawyer e Gilpin di guardia al ponte;
  11. Posey sorveglia punti 5 e 7;
  12. Wladislaw e il Maggiore sono all’interno. – E dov’è Paperino? – Paperino è all’incrocio con la mitragliatrice. – Con gli occhi ben aperti o saranno guai per tutti noi!
  13. Franko sale fin sopra il tetto;
  14. ORA ZERO E…. Jimenez taglia la luce, Franko il telefono;
  15. Franko va dentro e si unisce agli altri;
  16. Sbuchiamo tutti come furie! – E uccidete tutti gli ufficiali. – Nostri o loro? – Beh, cominciate con i loro!

E che cast, signori: Charles Bronson, Donald Sutherland, John Cassavetes, Ernest Borgnine, Lee Marvin…

Ma c’è un film di guerra che io amo. Non è un capolavoro come Apocalypse Now o La sottile linea rossa, non ha vinto nessun premio. A qualcuno potrebbe sembrare una marchetta raffazzonata fatta da grandi attori solo per far due spicci, ma è in assoluto uno dei miei film di genere preferiti ovvero I 4 dell’Oca selvaggia (The Wild Geese).

I_4_dell_oca_selvaggia_1978

Trama: Sir Edward Matherson convoca l’avventuriero colonnello Allen Falkner al quale chiede liberare l’ex presidente di uno stato africano destituito dal golpista Zembala. Falkner raduna tre suoi stretti collaboratori e recluta una cinquantina di mercenari con i quali porta a termine la sua missione. Nel frattempo però Sir Edward si è accordato con Zembala e abbandona i mercenari al loro destino. Questi però riescono a sopravvivere e così… 

Perché lo amo? 3 motivi fondamentali: l’Africa, gli ideali e Richard Harris.
L’Africa vittima di un potere straniero, l’Africa ricca ma povera, l’Africa dell’Apartheid.
Gli ideali, croce e delizia dei sognatori.
Richard Harris…beh, lui non dovrebbe aver bisogno di spiegazioni e poi ve l’ho detto che a me l’uomo piace vintage! Ma non solo. I 4 dell’Oca Selvaggia parla di vendetta, di amicizia, di amore…di tutti i tipi di amore. Parla di sogni infranti e inaspettati, di scelte, di sacrifici, parla della vita, solo che lo fa con la baldanza di Richard Burton e lo charme di Roger Moore, lo fa indossando una mimetica, lo fa camuffato da missione suicida il giorno di Natale. Un Natale senza alberi e presepi, un Natale senza neve.
Il film ha una struttura classica, solida, la classica ripartizione tra prologo (presentazione dei personaggi e contestualizzazione della storia), narrazione ed epilogo, ma non è questo che conferisce al film la bellezza che solo io (forse) riesco a scorgere. E’ la contestualizzazione del rapporto tra Allen e Rafer, la sua costruzione; il rapporto tra Rafer e suo figlio Emile che mi scommuove le budella e mi commuove.

tumblr_mf58a3NUuM1rowv3zI dialoghi tra padre e figlio sono di una tenerezza disarmante. Quel “ti voglio bene anch’io, papà” non udito da Rafer, ma sentito sulla pelle mi spezza il cuore, perché non siamo mai capaci davvero di dire quello che proviamo, soprattutto alle persone che amiamo di più.

Allen è il leader, il capo, colui che si assume la responsabilità di 50 uomini. Ma Allen ha bisogno di Rafer. E’ lui il vero stratega: il particolare del Monopoli sul tavolo nella scena del primo incontro di Allen e Rafer a casa di quest’ultimo non è casuale: il Monopoli non è un semplice gioco, è un gioco di strategia…mica case e alberghi si costruiscono per mera botta di culo!

E cos’è in fin dei conti la costruzione di una squadra se non una strategia? E’ come comporre una troupe cinematografica: scegli le persone migliori, quelle con cui hai già lavorato, ma non per partigianeria o nepotismo! Scegli le persone di cui ti fidi, quelle con le quali ti basta uno sguardo per capirsi…se poi è una missione suicida, beh, meglio morire circondato dalle persone che scegli, no?

Siamo ancora un reparto formidabile…e spinto dalla disperazione!

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