I don’t want to survive.I want to live…ovvero…12 Years a Slave è poesia allo stato puro!

Perché 12 Years a Slave è il miglior film di quest’anno e merita tutti gli Oscar che gli dei antichi e nuovi hanno inventato? Perché è un film estremamente e inesorabilmente contemporaneo. Il contesto storico, il dramma della schiavitù nell’America del XIX secolo sono solo gli espedienti che McQueen usa per parlare dell’ora, del presente.
La parabola esistenziale di Solomon Northup è simile a quella della mia generazione, una generazione nata libera, nata promettente, alla quale hanno tarpato le ali; una generazione messa in ceppi e catene da coloro che si arrogano il diritto di vita e di morte per un presunto diritto di nascita.
A Solomon vengono sottratte con l’inganno non solo la libertà, ma anche la propria identità, il proprio nome, le proprie capacità. Spogliato del proprio essere, Solomon possiede solo la propria anima, quella che non si piega alla mera sopravvivenza, ma aspira a vivere!
E cosa siamo noi giovani in questo momento se non schiavi in catene, derisi e percorsi da un sistema sociale, politico, economico e culturale che non ci permette di vivere con dignità, ma ci obbliga a tentare di sopravvivere un po’ meglio? Non siamo forse come Patsey, la schiava interpretata magistralmente da Lupita Nyong’o, costretti a scappare e a mentire per un pezzo di sapone? Costretti a essere frustrati sino a sanguinare per un briciolo di dignità?

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La maestria registica di Steve McQueen era palese sin da Hunger con la meravigliosa sequenza del dialogo tra Bobby e il prete in carcere: 24 minuti di dialogo di cui oltre 17 racchiusi in una sola inquadratura. Campo medio, camera fissa e pelle d’oca, perché sicuramente siamo stati abituati a un serrato campo/controcampo nei dialoghi, ma questo dialogo ha davvero bisogno di tagli d’inquadratura per attirare la nostra attenzione? No, assolutamente no!
Con 12 Years a Slave si raggiunge quasi la perfezione, poiché McQueen affina la tecnica e condensa la potenza narrativa in poco meno di 3 minuti. 12-Years-a-Slave-Hanging-Scene__140129072127Solomon è appena stato legato e sta per essere impiccato da John Tibeats (Paul Dano) e due suoi accoliti, ma vengono interrotti e Solom viene abbandonato ancora legato all’albero. Raspa il fango con la punta dei piedi in un estremo e disperato tentativo di restare in vita. Ci riesce. Il tempo passa, la luce attorno a lui scema, così come la vita della tenuta dei Ford. Gli altri schiavi si muovono sullo sfondo, ignorando Solomon, dediti alle loro attività, così come fa Mrs.Ford. Nessuno si preoccupa per lui. Che sia per paura o per mero tornaconto personale, nessuno corre in suo soccorso. Solo una schiava gli porge un po’ d’acqua. La pietà non esiste. La pietà non fa parte del mondo di Solomon, così come non fa parte del nostro mondo. Regna solo il silenzio. Ci sono solo gli insetti e i rumori dei passi degli altri schiavi e il rantolo soffocato di Solomon e i suoi piedi che raspano nel fango. Solo al tramonto Solomon viene liberato da Mr. Ford.
Ecco la potenza visiva del cinema che è azione, movimento e non parola. Ecco l’abbagliante critica ad una società individualista e impaurita, priva di pietà, di misericordia, di umanità.

La fotografia di Sean Bobbitt si gioca tutta sui chiaroscuri e sui controluce, così come in Shame, in una danza di sensazioni che rapiscono cuore e mente, occhio e cervello.

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Sulla bravura, il talento e la dedizione dell’intero cast (Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Lupita Nyong’o e Benedict Cumberbatch su tutti!) mi sono dilungata in precedenti scritti e non vi tedierò oltre, ma vorrei elogiare Brad Pitt, nel ruolo di produttore di una pellicola che meritava e doveva essere prodotta, per aver creduto in una storia che doveva essere raccontata!

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21 risposte a “I don’t want to survive.I want to live…ovvero…12 Years a Slave è poesia allo stato puro!

  1. sei riuscita a cogliere al meglio il disagio e le angosce di sto film.
    mioddio la scena del cappio che cos’è!! provi un tale fastidio a guardarla che è piu una tortura per lo spettatore, ma è anche per questo che amiamo Steve.

  2. Quando ho visto la sequenza che hai citato ho pensato: mioDDio ma questo è cinema o poesia? C’è più in quell’inquadratura che in tutta la produzione mondiale degli ultimi trent’anni… Quello che accade lì è pregno di sottotesti, simbolismi, metafore… ci vorrebbe un mese per vivisezionare il tutto e farne una disamina corretta… Vorrei ricordare un’altra sequenza che mi è rimasta dentro: i due impiccati trovati da Solomon durante il suo tentativo di fuga… sublime. Complimenti per il parallelismo azzecatissimo tra schiavitù e precariato…
    Mentre guardavo il film pensavo: se questa storia fosse caduta nelle mani di un altro americano non voglio immaginare cosa avrebbe combinato…
    Dio ci preservi Steve McQueen… questo qui ha le stigmate del predestinato…

    • Grazie,Vito!
      Credo che la visione di McQueen sia così pregna proprio perché non è americano…qualcuno potrebbe dire che il nome che porta è stato dato dal fato.
      Tutto il film andrebbe analizzato sequenza per sequenza e secondo me andrebbe mostrato anche nelle scuole,non solo quelle di cinema,perché è la dimostrazione che il cinema quando è VERO cinema è fondamentale come arte e come insegnamento.

  3. I precedenti film di McQueen non mi hanno mai convinto pienamente. Li ho sempre trovati tremendamente PESANTI.
    Eppure di questo 12 anni schiavo sto leggendo critiche positive un po’ ovunque. Addirittura mia moglie me ne ha parlato bene (ma forse si è fatta fregare dal fatto che è una storia vera, che lei adora…).
    Mi sa che mi devo risolvere ad andare a vederlo

    • Vai a vederlo e restane affascinato…io forse sono di parte,perché adoro lo stile di McQueen,ma davvero “12 Years a Slave” è un grande film!E va fatto un grosso “hurrà” a tua moglie!

  4. Ho visto il film ieri sera e quindi ancora lo devo un po’ metabolizzare, mi succede sempre con i film che mi colpiscono. Concordo appieno con quello che hai scritto e la sequenza che hai citato racchiude tutta la metafora della pellicola: un vero pugno. E’ ambientato nell’800 ma racconta realtà ancora esistenti sotto un’altra forma di schiavismo. Non reputandomi Candy Candy ci sono state delle scene veramente dure, ma molto efficaci e poetiche. L’Oscar deve essere suo, così come la regia merita di essere premiata… 😀

    • Ti capisco benissimo,perché anch’io c’ho messo un po’ a scriverci e a metabolizzare…credo di non averlo neanche fatto totalmente,perché ci sono mille altre cose che avrei voluto scrivere…
      Mi ritengo una “navigata” del cinema,ma negli ultimi dieci anni ci sono stati solo 2 film che hanno avuto il potere di ammutolirmi totalmente dopo la visione: “Il Petroliere” e “12 Years a Slave”…

      • uhm… il Petroliere l’ho visto ed ha ammutolito pure me, nel senso che mi ha fatto entrare in uno stato di catalessi…
        uno dei film più pallosi degli ultimi anni, imho, e che sta in piedi solo grazie a un sontuoso dd lewis.
        Ma forse il problema è mio che non riesco a digerire Anderson: anche il suo ultimo (e lodatissimo) The Master a me ha fatto venire un coccolone…

        Cmq 12 years slave me lo guarderò appena possibile, se non altro perchè c’è Fassbender, che merita sempre 🙂

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