What’s done, is done… Ovvero… Galeotto fu “Macbeth” e colui che lo scrisse…

Quattro sono le storie. Per tutto il tempo che ci rimane, continueremo a narrarle, trasformarle.
(Jorge Luis Borges)

Non vi è altra verità nella narrazione, nella letteratura, nel cinema. Tutte le storie derivano da queste quattro storie primigenie e non conta se esse vengano ambientate nel passato o nel futuro, sulla Terra o nello spazio. Saranno sempre quelle, ma unico sarà il modo in cui verranno raccontate. Vale anche per le tragedie, quelle classiche di Eschilo, Sofocle ed Euripide, e quelle moderne, quelle di Shakespeare, quelle che forse, più di tutte, hanno segnato il nostro immaginario collettivo. Quindi non è la correttezza linguistica o la trascrizione pedissequa del Macbeth del Bardo che dovremmo ricercare in questa nuova versione per la regia di Justin Kurzel, ma l’attinenza a un sentire universale. La trasposizione di quella precarietà esistenziale che avvolge tutta la produzione di Shakespeare e che pervade questa nostra contemporaneità. La vita è sogno, è inconsistente come l’aria che respira. “La vita non è che un’ombra che cammina; un povero commediante che si pavoneggia e si agita sulla scena del mondo, per la sua ora, e poi non se ne parla più; una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla“. E’ qui che risiede la bellezza di Macbeth, quella commistione tra libero arbitrio e destino, quell’ambizione oscurata dal rimorso. Quella connivenza ambigua tra maschile e femminile. Quella riflessione sull’essenza stessa della vita, sull’essenza dell’io, del posto dell’individuo nel mondo. Perché quello che ossessione più Macbeth non è il divenire re. E’ che Banquo sarà padre di re pur non essendo re. E’ il lascito di Banquo che ossessiona Macbeth, perché se non si lascia una traccia di sé nel mondo (che sia un figlio, un’opera, non importa…) cosa resterà di noi dopo la nostra morte? Nulla. Solo silenzio e polvere e oblio. E la terra, il sangue, la polvere, la fatica si mescolano e impastano i corpi dei soldati. Sono macchie che nessun lago, nessun fiume potrà mai mondare. Sono nello sguardo di Macbeth dopo l’omicidio. Occhi folli che vedono ma non guardano. Occhi che scrutano l’oscurità e la luce mescolandoli senza scampo. Occhi che non distinguono il reale dall’irreale: “L’orrore del reale è nulla contro l’idea dell’orrore. I miei pensieri, solo virtuali omicidi, scuotono la mia natura di uomo; funzione e immaginazione si mescolano; e nulla è, se non ciò che non è.” Sono i presagi delle streghe distorti a proprio piacimento. Sono le favole che ci raccontiamo da soli per dormire meglio tra incubi e sogni.
E tutto questo “sentire” è nella carne, negli sguardi, nei sussurri di Michael Fassbender e Marion Cotillard. Nei capelli di Lady Macbeth prima intrecciati ma morbidi, poi saldamente raccolti a mantenere la precaria corona che grava sulla testa di un folle sognatore come Macbeth e poi sciolti sulle spalle, come un velo di vedova, come un lutto dinanzi alla propria follia e a quella dell’uomo a cui non è stata in grado di dare un futuro. Perché l’ossessione per la genitorialità, quella brama di lasciare la propria impronta nel mondo è presente dalla prima inquadratura, dal funerale di quel bambino che li lascia uniti, indivisibili, vicini, ma profondamente e irrimediabilmente lontani.
Il colore rosso marchia come il peccato originale il finale, tra il sangue e le fiamme del bosco di Birnan, quasi in una danza di morte dove Macbeth finalmente è libero di andare incontro al proprio destino, di scegliere di sposare quel destino che l’ha sempre tradito.

Venite spiriti che presiedete i pensieri di morte.
Cancellate il mio sesso.
Stivatemi di crudeltà dalla corona ai piedi.
Ispessite il mio sangue.
Sbarrate ogni accesso al rimorso,
che nessuna ipocrita istanza di umanità scuota il mio disegno mortale o ne’ disturbi l’effetto.

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23 risposte a “What’s done, is done… Ovvero… Galeotto fu “Macbeth” e colui che lo scrisse…

  1. Bellissimo pezzo. Mi ha fatto venire la pelle d’oca.
    Sì, è proprio quello, quel sentire universale che ha reso Shakespeare immortale e che questa versione di Kurzel riesce a trasmettere in modo eccezionale.

    • Ma grazie,amica mia! E’ Shakespeare con Fassbender a ispirarmi… E non sto fangirlando,strano ma vero,ma sono ispirata dal talento di Michael nell’interpretare un ruolo difficile e insidioso,perché potrebbe cadere nel cliché.

      • I ruoli shakespeariani, soprattutto quelli delle opere più note, sono talmente conosciuti e hanno visto talmente tante interpretazioni che è doppiamente difficile riuscire a renderli senza risultare quanto meno ‘già visto’.
        E’ difficile riuscire a far proprio un ruolo come quello di Macbeth perché Macbeth non è solo un personaggio. E’ l’incarnazione di qualcosa di enormemente più grande. Qualcosa che attraversa spazio e tempo. E Fassbender si dimostra all’altezza. E non perché è Fassbender e adesso va di moda. Ma perché è dannatamente bravo. Poi sì, ok, probabilmente questo è il suo momento e lo sta cavalcando. Ma se questo significa che ha occasione di cimentarsi in simili prove, ben venga il momento di fama 🙂

      • E’ magnificamente bravo! Macbeth,come Amleto e come Mercuzio,rischiano di essere visti come ruoli gigioneschi,dove si può strafare. Invece Michael è stato perfetto,perché misurato e intimamente portatore di quel dramma esistenziale che è essenzialmente di Macbeth.

  2. Per doveri universitari ho dovuto divorare ed amare quasi tutto Shakespeare. Avrei voluto succedesse con molti altri autori che sto scoprendo, da sola, molto lentamente.. come Borges, tutto questo perché nemmeno dopo la scuola ci si arriva 😉
    Spero di vederlo il prima possibile!

    • Io avrei voluto studiarlo di più Shakespeare,ma recupero nel corso degli anni. E’ il piacere della scoperta da autodidatta…Anche perché al liceo avevo una professoressa capra purtroppo…

  3. Amica mia, io lo ripeto da un po’ e oggi ne sono ancora più convinto: stai attraversando un periodo di eccellenza. Un’ispirazione costante, perfetta e bellissima.
    Grande.

  4. Pingback: Thru the day and past the night… Ovvero… di “Assassin’s Creed” e occasioni sprecate… | CineClan·

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