Everybody’s looking for something.Some of them want to use you.Some of them want to get used by you…ovvero…”X-Men: Apocalypse” e i ruggenti anni ’80 commuovono come non mai…

Confermo quanto detto nella recensione di Captain America: Civil War… Cinematograficamente non c’è paragone tra gli Avengers e gli X-Men. I mutanti vincono a mani basse anche in X-Men: Apocalypse e la ragione sta sempre in quella piccola parolina di cui sopra… Empatia.
Bryan Singer porta alle estreme conseguenze ciò che è stato seminato in First Class e soprattutto in Days of Future Past e intinge la penna nel magma profondo della natura dei mutanti. Gli X-Men sono dei reietti e fanno i conti con questa condizione quotidianamente. Gli Avengers vivono la loro condizione alla luce del sole, sono quasi filogovernativi. Gli X-Men si nascondono in fumosi locali berlinesi, si celano, si camuffano, cercano disperatamente un modo per sopravvivere. A differenza degli Avengers, non scelgono di essere superumani, lo sono intrinsecamente, non possono essere altro. Non possono scegliere cosa essere, possono solo scegliere come essere superumani. Possono scegliere di essere X-Men. Ed è la scelta il valore aggiunto dei mutanti, di TUTTI i mutanti. Gli X-Men scelgono tutti i giorni di essere X-Men. Non è una scelta semplice la loro. Non è una scelta eterna la loro. Si può cadere sul sentiero, si può perdere la strada, ma si può sempre tornare a casa. E casa è quel posto dove è la famiglia, non quella di sangue, ma quella che si è scelto, quella per cui si lotta. Quella per cui si sceglie di sacrificarsi.
Raven dice che la scuola è casa di Charles, ma per lei è solo un posto dove viveva. Eppure è lì che sceglie di restare. È lì che sceglie di insegnare il suo “mutant and proud”, è li che accetta di essere Raven e Mystique al contempo, in una conciliazione degli opposti che è anche di Erik. È in Charles e in Raven e nei ragazzi che Erik coniuga umano e mutante, Erik e Magneto. Ed è in questa scelta che sta tutta la meraviglia e l’empatia di X-Men: Apocalypse. Nel momento della scelta, gli sceneggiatori avrebbero potuto giocare la carta melodrammatica di quel “Erik, io sono tuo figlio” di Quicksilver che aleggiava da quando scopriamo che Pietro sa che Erik è suo padre. E invece no, l’asso nella manica è l’essere un gruppo solidale e coeso, è essere famiglia in tutti i diversi modi possibili. È ricostruire la scuola, la casa insieme… Erik e Jean, Magneto e Fenice, i maestri e gli allievi.
E ritorna un dialogo tra Charles ed Erik… Un breve scambio di battute che ci ricorda che Erik ha il cuore tenero e Charles non è poi l’ingenuo idealista che crediamo…

Erik Lensherr: Does it ever wake you in the middle of the night? The feeling that one day, they’ll come for you? And your children?
Charles Xavier: I feel a great swell of pity for the poor soul who comes to my school looking for trouble.

Erik usa la parola “children” con una sfumatura talmente paterna della voce che il cuore non può che trasformarsi in un mucchietto di ceneri angst. Perché sarà anche vero che Days of Future Past ha riscritto il passato, ma non sempre si può cambiare il proprio destino e il corso delle stelle di Jean Grey porta sempre a Fenice…
E allora una cinica disillusa si ritrova a piangere in una sala buia, si ritrova ad assomigliare a un panda in via d’estinzione, si ritrova a pensare che avrebbe voglia di rivederlo in lingua originale, perché se anche doppiato X-Men: Apocalypse fa bene allo spirito e al cuore (e all’angst), figuriamoci in lingua originale!
Ma si ride anche in Apocalypse. Si ride per i giovani X-Men naif, si ride per il riferimento non proprio lusinghiero a Conflitto Finale (“siamo d’accordo che il terzo film è sempre il peggiore”), si ride per i rampanti anni ’80 (dannate spalline!), ma lo scettro va come sempre al miglior Quicksilver su grande schermo… L’arrivo di Pietro a scuola sulle note di Sweet dreams (are made of this) è praticamente perfetto! Ed è proprio Pietro il personaggio che spicca per questo suo nuovo coniugare riso e angst… Perché nonostante sia ancora un cazzaro, si porta dentro quella quieta malinconia legata alla figura paterna e a trovare il proprio posto nel mondo, la risposta alla domanda delle domande… Chi sono io? Come dice a Raven, è frustrante per uno veloce come lui arrivare sempre in ritardo con Erik…
Anche il cameo di Wolverine, la Weapon X, è pienamente funzionale non solo all’annuncio del terzo film dedicato al nostro incazzato eroe adamantino, ma anche alla creazione di un nuovo rapporto con Jean Grey. Quello sguardo tra di loro e quei ricordi condivisi solo da loro due sono stati di una tenerezza indicibile… E per la prima volta non ho pregato perché Jean si togliesse davanti alle scatole, quindi diamo a Sophie Turner il merito di avermi (forse) riconciliato con quella palla al piede di Jean Grey… Per Moira MacTaggert, nulla da fare… Inutile era nel primo film e inutile resta!
E così gli X-Men si ameranno sempre, perché siamo tutti mutanti… E fieri di esserlo…

 “Forget everything you think you know, you’re not students anymore! You’re X-Men!”

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11 risposte a “Everybody’s looking for something.Some of them want to use you.Some of them want to get used by you…ovvero…”X-Men: Apocalypse” e i ruggenti anni ’80 commuovono come non mai…

  1. Oh, il doppiaggio italiano è imbarazzante, devi ammetterlo!! ^^’

    Mi è piaciuta molto la tua recensione, perché è una delle pochissime positive – forse anche la più positiva! – che ho trovato e poi sprizza passione per la saga da tutti i pori. Diciamocelo, le recensioni fredde e oggettive dopo un po’ vengono a noia! 🙂

    Io non sono uscita dal cinema tanto entusiasta quanto te (ma concordo su una Jean Grey meno peggio del solito), eppure non nascondo di essermi divertita. E hai ragione, Quicksilver è spettacolare, sia nelle sue scene musicali , che nel modo in cui è stato reso il personaggio nel suo intero, con quel tocco malinconico e sottilmente frustrato che lo rende molto tridimensionale.

    • Il doppiaggio italiano è SEMPRE imbarazzante in questi casi…Io mi occupo di cinema per lavoro,quindi non riesco a essere oggettiva e poi credo che per scrivere di cinema,come di tutte le arti,serva metterci il cuore e la pancia.

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