If I go there will be trouble an’ if I stay it will be double, so come on and let me know… Ovvero… “Stranger Things” e la meraviglia di tornare bambini…

C’è un orizzonte culturale che noi figli degli anni ’80 condividiamo, forse più di qualsiasi altra generazione precedente o successiva. E questo orizzonte culturale è soprattutto un orizzonte cinetelevisivo. Siamo cresciuti con gli stessi film, gli stessi cartoni animati, gli stessi programmi televisivi. Insomma siamo figli degli stessi traumi… Sfido chiunque di voi ad affermare di essere uscito indenne dalla visione di Stand by me, dei Goonies, di E.T., di Lady Oscar e Georgie… Ed è a questo orizzonte culturale che si ispira Stranger Things, nuova serie targata Netflix che mescola a piene mani Spielberg, Lucas, Twin Peaks, Breakfast Club, i Clash, i Joy Division e i Jefferson Airplane e David Bowie e tutto il meglio che i meravigliosi anni ’80 hanno donato all’umanità, comprese delle acconciature niente male!

Ci sono le biciclette in Stranger Things e un gruppo di ragazzini nerd che mescolano realtà e Dungeons & Dragons con un pizzico di Tolkien (è ancora aperta la diatriba se il Bosco Atro appartenga a Lo Hobbit o al Signore degli Anelli). C’è un ragazzino scomparso in Stranger Things e la ricerca che ne consegue e c’è una ragazzina con strani poteri in Stranger Things e un mistero inquietante che avvolge la cittadina di Hawkins nell’Indiana. Siamo nel 1983 e l’ultima persona scomparsa in città risale al 1923… C’è questo e molto altro negli 8 episodi che compongono questa stagione di Stranger Things, ma ci sono soprattutto gli amici in Stranger Things, quegli amici che si possono avere solo a 12 anni, perché “Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a 12 anni. Gesù, ma chi li ha?” E c’è quell’età bastarda che è la preadolescenza in Stranger Things, quando non si è più bambini, ma non si è ancora adulti e si è in un limbo di sensazioni ed emozioni che nessuno può capire tranne i tuoi amici che le vivono con te quotidianamente. Ci sono le paure ancestrali in Stranger Things, quelle paure che non ci abbandonano mai. La paura di essere diversi. La paura di non essere accettati. La paura di essere abbandonati, lasciati soli in un luogo buio e ostile. C’è la paura di lasciarsi andare, di fidarsi davvero di qualcuno. La paura di essere feriti nuovamente e più profondamente. C’è la paura di perdere qualcuno che si ama. La paura che i veri mostri non siano quelli che vivono sotto i nostri letti, ma quelli che ci circondano, le persone. I bulli (qualsiasi età abbiano, ma quelli delle medie sono i peggiori!), i prevaricatori. I poteri forti. Chi pensa di sapere tutto e invece ignora i semplici desideri di un bambino. Quando basta sputarsi su una mano e stringersela per mantenere una promessa. Quando gli amici non si dicono bugie. Quando esistono le regole e se sei stato il primo a menar le mani, tocca a te chiedere scusa.  Quando è ancora tutto bianco o nero… Perché è quando sopraggiungono le sfumature che tutto si complica, si fa intricato, perché è allora che diveniamo incapaci di dire cosa proviamo, cosa vogliamo. Incapaci di baciare qualcuno per fargli capire che ci piace. Incapaci di dirci quanto siamo importanti l’uno per l’altra. Incapaci di dirci anche addio se è davvero giunto il momento di andare.

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35 risposte a “If I go there will be trouble an’ if I stay it will be double, so come on and let me know… Ovvero… “Stranger Things” e la meraviglia di tornare bambini…

  1. mannaggia a te cine…
    l’avevo già messa tra le “serie-tv che non vedrò”
    ma poi tu scrivi sto post… e mi tenti…
    te pozzino…
    ammetti che l’hai fatto apposta perchè ti ho fatto sentire in colpa per non essere venuta a vedere il Boss’???

    PS: a proposito, ieri sera ti sei persa l’APOTEOSI

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