Ma Dio sta all’ultimo piano e ha le porte blindate… Ovvero… L’inadeguatezza di non essere Sorrentino: The Young Pope

E sono talmente inadeguata che cito Marracash e Salmo. Il mio amico Zeus mi sta disconoscendo dall’alto del suo monte, lo so, ma come si fa a parlare di The Young Pope?! Come?! Come si fa a continuare a fare quello che faccio io per campare (vabbé, campare è un parolone… Diciamo per tirare avanti…) e a non sentirsi inadeguati dinanzi a 100 minuti di pura magia. Perché Sorrentino non si piega al mezzo televisivo, ma piega il mezzo televisivo alla sua volontà, alla sua essenza, alla sua estetica, rimanendo profondamente, intrinsecamente se stesso.

Ma non è solo lo stile Sorrentino a emergere. E’ l’etica di Sorrentino a farla da padrona. E’ la morale di Sorrentino a sorreggere la vicenda di Papa Pio XIII. Lenny Belardo (interpretato da un Jude Law all’apice della sua bravura) porta alle estreme conseguenze la dicotomia esistenziale che i due Antonio Pisapia interpretavano già in L’uomo in più. La volontà di potenza di nietzscheana memoria (“Ma io non mi suiciderò mai“, diceva Tony Pisapia) e il pessimismo esistenziale si fondono in un  giovane uomo che prima di comprendere chi sia realmente, si trova a interpretare un ruolo più grande di lui. Un uomo che non conosce se stesso, non conosce i propri genitori, non conosce Dio, che diviene padre e madre di un miliardo di fedeli. Simulacro in terra di un Dio che ha casa vicino all’Orsa Maggiore. Un papa che è come una rockstar e si paragona a Salinger, Kubrick, Banksy, i Daft Punk e Mina. Un papa che vuole essere significato e non significante. Un papa che non vuole farsi immagine e simulacro. Un papa che non vuole farsi fotografare. Un papa che aspira a essere un’iperbole rovesciata. Un papa che sogna un primo discorso all’inizio del primo episodio e ne pronuncia uno diametralmente opposto e contraddittorio nel finale del secondo.

“Ci siamo dimenticati di masturbarci. Di usare contraccettivi e di abortire. Di celebrare i matrimoni tra gay. Di lasciare che i sacerdoti si amino tra loro e che si sposino magari. Ci siamo dimenticati che la morte è una nostra scelta quando detestiamo vivere. Ci siamo dimenticati di avere rapporti sessuali avendo scopi che vadano oltre la procreazione senza sentirci in colpa. Di divorziare. Di lasciare che le suore dicano messa. Di fare figli in tutti i modi che la scienza fino a oggi ha scoperto e continuerà ancora a scoprire. Non solo ci siamo dimenticati di giocare ma anche di essere felici. Ed esiste una sola strada che conduce alla felicità e quella strada si chiama libertà.”

E cosa dire degli interpreti? Di Diane Keaton si è già detto tutto e oltre e sul suo talento dovremmo solo stare in muto e religioso silenzio, ma Silvio Orlando raggiunge vette di intensità paragonabili al Divo di Toni Servillo. E il paragone non è azzardato, poiché il cardinal Voiello avrebbe avuto molto da spartire con Andreotti e non è detto che nel suo background, Sorrentino non abbia inserito dei pranzi tra queste due eminenze grigie del compromesso, della diplomazia, del machiavellico motto del “fine che giustifica i mezzi”. E come un bravo tattico calcistico, Voiello gioca d’anticipo e chiede perdono e penitenza non per i peccati commessi, ma per quelli che sta per compiere.

The Young Pope però è anche la luce alla fine del tunnel della serialità italiana. La dimostrazione che, a differenza di quello che affermava Renè Ferretti, in Italia un’altra televisione è possibile ed è fattibile. Che la strada che ho intrapreso nel mio lavoro è quella giusta. Che non è una questione di mezzi, ma di idee, di messa in scena, di estetica e di etica. Sì, perché è soprattutto una questione di etica estetica.

“Questo posto profuma di incenso e di morte. Io preferisco il profumo della merda… E della vita”

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8 risposte a “Ma Dio sta all’ultimo piano e ha le porte blindate… Ovvero… L’inadeguatezza di non essere Sorrentino: The Young Pope

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